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“Resistere, resistere, resistere” era l’appello lanciato nel 2002 da Borrelli. Mutando contesto verrebbe quasi da ripetere, come un mantra, questa esortazione: di fronte alla crisi sociale, ad una questione morale imponente, al “vecchio vestito di nuovo” che continua a promettere miracoli e a far pagare sempre gli stessi (giovani, lavoratori, pensionati). Eppure resistere è giusto, doveroso, ma non basta. Non basta più, in un’Europa che, continuando con politiche di austerità, amplia i divari tra Germania e resto del continente, tra super ricchi (che anche in Italia diventano più ricchi) e il ceto medio ed operaio ormai ai margini; non basta più in un’Italia che, dopo aver scommesso sull’ennesima riduzione dei diritti dei lavoratori, non riuscirà ad attrarre investimenti esteri perché il problema vero non sono i contratti collettivi o i salari (bassi), ma l’alto costo dell’energia, l’assenza di infrastrutture, l’impoverimento della ricerca applicata, l’illegalità. E non basta più per la Basilicata che, senza scelte coraggiose ed innovative, vivrà un drammatico 2015, tra crisi della finanza pubblica, de industrializzazione, difficoltà a fare sistema e numeri che certo non aiutano (siamo poco più di un quartiere di Napoli).
La pasticciata riforma della pubblica amministrazione e degli assetti istituzionali sta scaricando sulle Regioni l’onere dell’inasprimento fiscale (o degli ulteriori tagli al welfare) e migliaia di esuberi di personale (vedasi i dipendenti delle province oggi, degli enti centrali e comuni domani). Dovremo fare i conti con le riforme mancate, per esempio una mai attuata riforma del trasporto pubblico locale (solo per stare ad un’altra possibile vertenza che rischia di paralizzare la nostra Regione a partire dal comune di Potenza) e perché – senza un disegno nuovo ed organico, una reale condivisione di obiettivi e progetti – la destrutturazione del nostro apparato produttivo andrà avanti e di vertenze come quella della Vibac ne vedremo sempre di più. Prigionieri al massimo (ai soli fini delle statistiche sul Pil locale) del prezzo del petrolio o di quanto i nuovi modelli Fiat riusciranno – speriamo – a far tornare in produzione almeno gli attuali addetti. Altro che nuova occupazione.
Da questo punto di vista ci permettiamo allora di indicare alcuni temi e alcune scelte non più rinviabili, certi che la Basilicata può farcela. Questione petrolio: con le risorse “liberate” dalla vecchia card benzina la Regione si è impegnata a varare un significativo piano di contrasto alla povertà (Reddito Minimo di Inserimento) da accompagnare con progetti sul versante del privato sociale (attraverso una qualificazione delle cooperative sociali) e con un possibile intervento pubblico (a partire dai comuni) verso chi, con 2-3 anni di contratti a termine, potrà raggiungere la pensione. Una scelta giusta ed importante che rivendichiamo, ma per “resistere” appunto. Serve ora un Piano del Lavoro in grado di creare occupazione, aggredendo alcuni nodi di fondo e sapendo cogliere le occasioni reali che ci sono, senza inseguire chimere. E per farlo occorrono risorse e poche ma precise idee.
Per quanto riguarda le risorse come Cgil abbiamo cominciato a ragionare tra noi (e chiunque partecipi a questa riflessione è il benvenuto) su due questioni fondamentali: (1) come (e di quanto) “disintossichiamo” gradualmente la spesa pubblica corrente della Regione dalle royalties per poterle così liberare, come avvenuto per il RMI, per investimenti su assi specifici (dalla riqualificazione energetica al potenziamento di alcuni servizi pubblici, ad interventi mirati su poche aree industriali cui vocazioni vanno individuate prima e non dopo); (2) come realmente costruiamo una strategia e (soprattutto) la attuiamo, nei nuovi Por, affinché con il nuovo ciclo comunitario si finanzino 6-7 macro interventi, concentrando le risorse, dando visibilità agli obiettivi, chiamando alla mobilitazione le forze migliori, oltre i soliti circuiti del finanziamento a pioggia come leva per il consenso.
Quindi vi è il tema di come usiamo queste risorse (e quelle che verranno prima o poi dal c.d. “memorandum”, oltre gli investimenti in infrastrutture) per una forte politica di informazione, prevenzione e potenziamento dei sistemi di monitoraggio ambientale e sanitario, qualificando la nostra Regione come punto di eccellenza a livello nazionale (non solo per “governare” il tema petrolio, ma ogni possibile insediamento produttivo che possa generare - senza controlli, risorse adeguate, campagne preventive - giusta apprensione nelle popolazioni e nei lavoratori) e per investire sulla qualificazione degli indotti locali delle imprese che già ci sono. Come Cgil riteniamo che occorra dare attuazione ora alla seconda parte del Piano del Lavoro, elaborato insieme a Cisl e Uil, oltre l’accordo del 2 Dicembre (che va attuato presto, su cui vigileremo, ecc.) che rappresenta l’intervento sull’esclusione sociale. Ora serve un grande intervento per la creazione di occupazione stabile, sapendo identificare settori ed aree, senza improvvisazioni e senza quel “garibaldinismo” che alla fine produce “molto rumore per nulla”.
Noi siamo convinti che si debba intervenire su alcuni specifici settori: quello agricolo e della trasformazione agro industriale, quello delle acque, quello della mobilità sostenibile, quello della produzione di energia pulita, quello dei nuovi materiali e, su questi assi, concentrare in via prioritaria le risorse. Perché intorno alle attuali imprese di trasformazione, manca un indotto locale di beni e servizi, dalla logistica agli imballaggi, al conferimento parziale di materie prime. Perché intorno alla nostra produzione delle acque minerali, manca qualsivoglia sistema distrettuale eppure tra Coca Cola, Norda, San Pellegrino, solo per la produzione delle sostanze gassose, delle pedane, dell’etichette, del trattamento del pet si potrebbero creare decine di aziende locali. Perché nel materano le condizioni per investimenti sulla chimica leggera e sulla bio edilizia ci sono, guardando ad un possibile futuro della Val Basento (cui bonifica è precondizione) e alla riconversione dell’ex polo del salotto, ma anche alla domanda che sempre più cresce per la riqualificazione urbana, oltre una stagione (chiusa e che non tornerà) di edilizia che cementificava e consumava suolo. Ed intorno a queste scelte esercitare le proprie relazioni, chiamare il Governo nazionale ad un di più di politica industriale, ridisegnare compiti e funzioni delle strutture e degli enti regionali. Se serve, perché no, organizzando una vera e propria “Conferenza di Produzione” della Basilicata, in cui decidere verso dove muoverci, con quali strumenti e ricercando quali interlocutori. Perché è solo in funzione di come immaginiamo debba essere la Basilicata nei nuovi scenari nazionali e meridionali (almeno) che potremmo difenderne esistenza e futuro. Perché solo sapendo dove posizionare le nostre energie migliori, oltre il tema del Sud grande cantiere della cultura e del turismo (che pure è vero, che pure tanto può dare, ma che non può sostituire il lavoro pubblico, il manifatturiero, i servizi alle imprese, l’agricoltura, anzi ne deve alimentare circuiti virtuosi di “rigenerazione”) potremmo individuare alleati, terreni di convergenza e “leve da usare” (compreso il petrolio, compresa la risorsa idrica, compresa l’importante occasione offerta da Matera 2019). Ed in definitiva riprogettare anche la macchina pubblica in funzione di obiettivi, di bisogni reali del territorio e non secondo la mera logica dei tagli che poi produce solo danni a tutti, lavoratori, utenti, imprese. E allora servono scelte, serve oggi una finanziaria “aperta” che non precostituisca ipotesi a prescindere e serve subito aprire una fase nuova (o almeno provarci) per rimettere al centro una visione che parta dal lavoro: il lavoro che c’è e va difeso e il lavoro che va creato. Nell’immediato (e allora progetti pubblici e del privato sociale) anche aprendo conflitti per troppo tempo sopiti (ma è mai possibile che non c’è nessun tavolo alla Regione con Total ed i suoi General Contractor, mentre vengono assunti centinaia di lavoratori da fuori; solo la Cgil è scandalizzata?) e nel medio periodo decidendo le priorità su cui investire. Occorre cominciare cioè una nuova stagione in Italia (e speriamo che Renzi capisca che non si vive di soli slogan, che scelte alla Blair come quelle che sta facendo, oltre che ingiuste non produrranno un posto di lavoro in più) e, per quel poco su cui possiamo incidere, in Basilicata. Perché ora serve un salto di qualità, ora – sulla strada già tracciata di dare maggiore attenzione ai più deboli (su questo, con molti limiti e contraddizioni, dobbiamo dare atto alla Regione di aver condiviso la nostra impostazione) – serve un “programma di legislatura”, aperto a tutte le forze migliori del mondo del lavoro, dell’impresa e del sociale perché il 2015 sia l’anno del lavoro da creare, di qualità e per i giovani. Su questo come Cgil già a partire dalle prossime settimane saremo in campo rilanciando idee e proposte.
Infine un’annotazione: si parla in questi giorni di nomine, rimpasti, nuova giunta, ecc. Ovviamente come Cgil non ci interessa la discussione, forti della nostra orgogliosa autonomia. Un paio di cose però ci interessano: se si deve cambiare, prima lo si fa e meglio è, perché con tanti problemi e tante vertenze aperte i lavoratori e disoccupati devono poter contare su una Regione in piena operatività; le nomine siano mosse da un di più di attenzione a rilanciare un’idea ed un progetto comune, valorizzando le competenze, le capacità di lavoro. Perché la politica faccia la politica (le grandi scelte, le assunzioni di responsabilità, ecc.) ed i tecnici facciano i tecnici. Ma questa è un’altra storia…

Alessandro Genovesi, Angelo Summa, Manuela Taratufolo – Cgil Basilicata, Potenza, Matera