L’emergenza sociale che stiamo attraversando ha bisogno di risposte strutturali, coraggiose ed innovative, con un forte protagonismo di tutti: Governo nazionale, Regione, Comuni, imprese private, cooperative, forze sindacali.
Soprattutto vi è bisogno a livello regionale (visto che a Roma il Governo è più preoccupato della legge elettorale che della crisi economica) di un “sistema” in grado di auto sostenersi, di operare interventi mirati, diversi e personalizzati perché diverse sono le condizioni del disagio.
Da questo punto di vista il Tavolo permanente contro la crisi, richiesto unitariamente dai sindacati e istituito presso la Regione, se ha messo in campo una prima positiva risposta emergenziale, in attuazione di quanto previsto dagli accordi sottoscritti a luglio dai sindacati e Regione (in queste ore tutti i 1400 circa lavoratori in mobilitàesclusi dal decreto Poletti vengono chiamati per percorsi formativi con un sostegno al reddito di 470 euro circa), deve produrre ora, però, un salto di qualità, secondo le scelte ed i temi individuati dal verbale di incontro del 16 ottobre scorso e sottoscritto dai Segretari Generali di Cgil, Cisl e Uil di Basilicata e dalla Regione Basilicata.
Si tratta cioè di dare seguito a quanto concordato tra Cgil, Cisl e Uil e Regione, raccogliendo anche gli inviti che da più parti arrivano e sapendo valorizzare sia le capacità di quelle amministrazioni locali che si vanno attivando (penso da ultimo ai progetti di utilità sociale proposti per esempio dal Comune di Montescaglioso) sia la disponibilità di quelle forze imprenditoriali come l’Alleanza delle Cooperative che si dicono pronte a fare la propria parte.
Al riguardo le proposte di Cgil, Cisl e Uil sono lì, nella piattaforma unitaria per il rilancio del Piano del Lavoro licenziata il 1 ottobre e la Regione deve accelerare i propri approfondimenti tecnici per mettere a regime una proposta complessiva, volta a garantire:
Mi immagino, cioè, un modello su quello danese o tedesco per cui (tra risorse ex carta carburante e Fse) si possano agire tre leve e tre fondi specifici strutturali, da sperimentare per i prossimi tre anni.
Un fondo principale che possa garantire dal primo gennaio prossimo - in attuazione della legge regionale vigente e da tradurre nelle delibere di Giunta - un reddito minimo di inserimento per almeno 7-8 mila famiglie, raddoppiando di fatto l’attuale platea a vario titolo beneficiaria, con un reddito Isee a fare da soglia per l’accesso e con un sostegno di 400-450 euro al mese a fronte del quale, il beneficiario, da disponibilità assoluta a partecipare, nel proprio comune di residenza, a percorsi di inclusione sociale, di formazione, di auto impiego, di disponibilità tanto al lavoro che all’inserimento in progetti di pubblica utilità.
Una normativa e un (secondo) fondo poi, stimabile in 10 milioni di euro l’anno per le pubbliche amministrazioni che intendano allargare gli attuali contratti di servizio, con attività aggiuntive, a fronte però dell’impegno delle cooperative sociali e miste, di assumere lavoratori in più prendendoli proprio all’interno della platea dei titolari di reddito minimo di inserimento (uscendo così dalla platea, in cambio di un lavoro, e facendo entrare altre famiglie povere). Questa in “soldoni” la nostra idea di Marcora del sociale (termine tecnicamente improprio, ma per indicare che assumere soggetti svantaggiati è “investimento sociale” a beneficio di tutti, comuni, cittadini, lavoratori, imprese).
Infine una terza norma (e un terzo fondo) per progetti di utilità sociale che i Comuni ed i soggetti di diritto pubblico possono promuovere e che, rivolgendosi ai beneficiari del reddito minimo residenti nel proprio comune (i famosi progetti per valorizzare il verde pubblico, le biblioteche, tenere aperti chiese e musei, ecc.), prendono risorse dal fondo appositamente costituito per integrare il reddito minimo con contributi previdenziali ed eventuali ulteriori rimborsi (perché trattandosi di lavoro, anche se a termine per la sola durata del progetto di utilità è fondamentale il riconoscimento della posizione previdenziale e assicurativa). Agendo in particolare in settori oggi non coperti, anche con interventi spot e una tantum che servono però veramente alla cittadinanza e che nessuno svolge (o che svolgono in pochi). Magari con meccanismi di premialità (visto che stiamo parlando di progetti di pubblica utilità gestiti direttamente dai comuni) verso quei beneficiari di reddito minimo a cui mancano due/quattro anni alla pensione e che sono stati (come i c.d. “esodati”) le vere vittime della riforma Fornero. Persone che non starebbero a carico “per sempre” sui comuni, ma un tempo minimo volto a garantire l’aggancio alla pensione. Unica accortezza in questo caso (non me ne vogliano i sindaci, che come il sindacato sono in prima fila a combattere la crisi) sarebbe quella di riconoscere però in capo alla Regione un potere sostitutivo in caso di inerzia delle singole amministrazioni (dopo cioè 90-120 giorni che un Comune, pur avendo sul proprio territorio X beneficiari di reddito minimo, non ha presentato neanche un progetto, interviene la Regione con un proprio portafogli di progetti, sempre su quel comune, ovviamente). Infine c’è il tema (tutto dentro le strategie e le risorse comunitarie) relativo a quali politiche attive e quale riordino degli incentivi che si devono incrociare con le misure del prossimo Por FSE e FESR e con il riordino dei centri per l’impiego, le agenzie formative, i criteri di erogazione a favore di imprese.
Un sistema così congeniato, strutturale, in equilibrio e a vasi comunicanti, che potrebbe - tra entrate e uscite - divenire una parte essenziale del welfare e delle politiche di sviluppo della Regione, darsil’obiettivo credibile non di promettere, falsamente, sette o otto mila posti di lavoro subito, illudendo una platea di gente giustamente arrabbiata, sola, diffidente verso le mille propagande che si fanno, ma di innescare processi virtuosi che, attraverso molti piccoli progetti, ruolo del pubblico ma anche della stessa dimensione di impresa, possano gradualmente, ma con serietà provare a dare risposteconcrete, su aree e settori scoperti realmente e per cui vi è una vera domanda già nel breve periodo.
Infine, poi, se anche il Governo nazionale, contro cui la CGIL ha indetto lo sciopero generale per il prossimo 5 dicembre, invece di preoccuparsi di tagliare ancora su diritti e salari, su welfare e investimenti pubblici, si desse da fare per creare buona occupazione e per onorare gli impegni presi (scandaloso è il ritardo con cui si stanno pagando – o meglio non pagando – le mensilità passate degli ammortizzatori in deroga), sarebbe meglio. Ma questa è un’altra storia…




























