“Il destino di un Paese o è destino comune o non è. E nelle fasi di crisi l'unica via per evitare fratture politiche e sociali, tra generazioni e territori sta nella partecipazione, nel confronto, nel rispetto degli interessi diversi e tutti legittimi, nel consenso cioè dei cittadini e dei lavoratori intorno ad un equilibrio politico più avanzato. Questa è la funzione nobile della politica, questa è l'essenza vera della parola trattativa”. Nei giorni passati mi sono venute in mente queste parole di Luciano Lama, riflettendo sul c.d. “Sblocca Italia” e mi permetto, sommessamente, di ricordarle prima di tutto a me stesso e ai tanti che in questi mesi sono stati protagonisti della “vertenza” con il Governo.
E scrivo vertenza non a caso perché questa è stata nei fatti. Una vertenza su cui come CGIL, insieme a Cisl e Uil e alle forze imprenditoriali abbiamo svolto un ruolo, coinvolgendo poi la Regione e diverse forze politiche e parlamentari. Ricostruiamo allora tutti i passaggi per dovere di cronaca ed onestà intellettuale: (1) ai primi di settembre 2013, proprio come CGIL (Ministro Zanonato), ponemmo alla nostra festa il tema della mancata attuazione dell'art. 16 e di come fosse necessario costruire un nuovo equilibrio tra il contributo che la Basilicata dava e avrebbe dato (i famosi 160 mila barili, tra estratti e già autorizzati), una maggiore tutela del territorio in termini di sicurezza e di mantenimento di vocazioni produttive plurime e l'esigenza, comunque, di accompagnare come sistema Paese la transizione energetica (consapevoli che proprio la dipendenza energetica e l'alto costo sono uno dei fattori di crisi del nostro sistema produttivo e la causa di migliaia di posti di lavoro persi). A questo aggiungemmo la richiesta di mettere le risorse del petrolio fuori dal patto di stabilità e di superare la card benzina per destinare le risorse (dai 60 agli 80 milioni annui) a finanziare reddito minimo di inserimento e coesione sociale, per cominciare a dare risposte concrete alle oltre 30 mila famiglie lucane sotto la soglia di povertà assoluta.
Poi – approfittando del vuoto politico e della debolezza in cui la Regione si trovava (De Filippo dimissionario) - avvenne a fine settembre 2013 (2) la “porcata” del famoso decreto che metteva un tetto risibile alle risorse per il “memorandum” e soprattutto escludeva i 90 mila barili già autorizzati per l'Eni e Tempa Rossa.
Da lì nacque la richiesta di un tavolo al Mise (3) con il Governo Letta e da lì si riprese il confronto (Gennaio-Aprile 2014 Governo Letta/Renzi). Un confronto che – su questo come Cgil non lesinammo critiche anche al Presidente Pitella, al Governo nazionale e a tutti i nostri rappresentanti parlamentari – il Governo Renzi aveva provato poi a chiudere con una mancia (i famosi 50 milioni “teorici” fuori dal patto presenti nella prima versione del decreto Sblocca Italia, 29 agosto 2014) e puntando a far passare l'idea che in Basilicata c'è il petrolio, “quattro comitatini” però bloccano tutto e quindi non si può estrarre nulla (insomma l'operazione era far dimenticare che la Basilicata già fornisce l'8% del fabbisogno nazionale e che, con l'autorizzato, era pronta a raggiungere il 13-14). Da qui alcuni atti politici molto duri: l'autosospensione dal Pd dell' On. Folino, l' intervento della Camusso a Potenza (6 settembre 2014) in cui chiede al Governo di riaprire il confronto in Parlamento, solo per citare alcuni fatti dell'ultima estate. Poi il lavoro svolto dalla Regione, da diversi parlamentari, il “lodo” Speranza, Folino, Antezza per modificare lo Sblocca Italia e tutti i fatti di cronaca recenti.
Ora, ricordato tutto questo, sulla versione finale dello Sblocca Italia occorre dare un giudizio serio e articolato, distinguendo tra i diversi punti.
In termini “sindacali” e sociali, la versione finale del Decreto Sblocca Italia per la parte dei benefici economici (art. 36 e 36 bis), segna oggettivi avanzamenti: in Parlamento la “mancia” diviene sostanza e la Basilicata porta a casa il grosso di quanto rivendicato (il 3% delle royalties andranno a finanziare il sociale e il reddito minimo di inserimento, su un fondo nazionale quindi fuori dal patto di stabilità regionale; si supera il tetto e soprattutto rientrano anche gli 80 mila barili autorizzati; si stabilisce il principio che per interventi di sviluppo dell'occupazione, industriale, ripristino ambientale e mitigazione rischio idrogeologico le entrate relative agli 80 mila già autorizzati in più saranno fuori dal patto, certo contrattando ogni anno quanto, ma contrattando, avendo riconosciuto cioè un punto di sostanza economica). Un avanzamento oggettivo che ci consegna oggi spazi e risorse che ieri non avevamo, utili per evitare il rischio di una sempre maggiore marginalità economica e politica della Basilicata (che vuol dire, poi più crisi, più disoccupazione, più problemi). Un avanzamento che è avanzamento anche di metodo perché si costringe il Governo prima a trattare e poi a cedere, a vantaggio della Basilicata. Senza clamori cioè, il fantasmagorico Renzi, viene spinto a trovare una mediazione con la Basilicata e questo è per sostanza (parte economica) e per valore politico (siamo meno di 600 mila, come un quartiere di Roma) un risultato.
Oggi allora, per quanto riguarda l'articolo 36 e 36 Bis, il tema vero è altro: come aprire una fase di confronto e di elaborazione (una sorta di Stati Generali della Basilicata) tra istituzioni, comunità, forze sociali per evitare gli errori del passato, gli sprechi di risorse, le facili illusioni (P.O Val d'Agri). Servono 2-3 progetti infrastrutturali che si vedano, piani per la ricerca e innovazione, un massiccio intervento pubblico per far lavorare qualche migliaio di giovani, subito. Per utilizzare lo slogan della CGIL Basilicata lanciato al nostro congresso “bisogna concentrare su 3-4 grandi interventi e piani occupazionali le risorse del petrolio per uscire dalla dipendenze dal petrolio”.
Poi è evidentissimo che la partita è ancora aperta sull'articolo 38, dove il vulnus di fondo nasce dal considerare le estrazioni petrolifere materia da intervento di interesse pubblico nazionale (e quindi cercando una cornice giuridica tipica delle “emergenze”) e poi nell'essere l'atto normativo un Decreto. Cioè nell'ottica spudorata di un tentativo di forzatura del Governo che non poteva non scontrarsi con le opposizioni tecniche giuridiche (il titolo V è ancora vigente) ancor prima che politiche. Tanto da obbligare il Governo ad un'ulteriore mediazione anche sul ruolo, nei processi autorizzativi, degli enti locali.
Il punto aperto è evidentemente, allora, squisitamente politico e su questo si deve continuare a discutere e si deve continuare ad incalzare il Governo. Perchè la domanda vera a cui Renzi dovrebbe rispondere è se, per lui, è possibile impostare un rapporto tra Stato Centrale e territori in uno schema di meri rapporti di forza e non di leale collaborazione.
La sovranità non è tema giuridico ma di democrazia, di partecipazione, di confronto e concertazione tra interessi diversi. Senza la condivisione delle popolazioni locali, senza tutele e garanzie che convincano prima di tutto chi calpesta quelle terre non c'è altra soluzione se non l'imposizione con la forza, magari con una “militarizzazione” dei territori, degli interessi di una parte e non degli interessi generali. E questo alla fine porta disgregazione, rottura, impoverimento della democrazia reale. Questo è il terreno principe della politica: assumere il conflitto come una dinamica naturale nei rapporti sociali e assumere il tentativo della sintesi, della mediazione come l'obbligo di chi ha più responsabilità. In questo caso lo Stato centrale. Insomma, la sovranità, il rivendicare collaborazione e corretto rapporto tra istituzioni ed interessi non è tema da tribunali ma della funzione propria dei Governi, di quelle organizzazioni collettive e di quegli amministratori locali che tutti i giorni devono fare i conti con le contraddizioni del rapporto petrolio-ambiente-sviluppo sul proprio territorio e vorrebbero esercitare un ruolo andando avanti per sintesi, per mediazioni e non per costanti fughe in avanti o prove di forza.
Su questo occorrono, si, dei veri e propri Stati Generali della Basilicata, per dare voce a tutti, per ricercare punti comuni, per essere ancora più forti nei confronti del Governo Renzi, sia quando dovremmo dire dei si, ma a certe condizioni sia quando dovremmo dire dei no.
Alessandro Genovesi – Segretario Generale Cgil Basilicata




























