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“Siamo diventati così bravi a raccontare la crisi che scriviamo di tutto pur non di non affrontarla fino in fondo”: così pochi giorni fa l’editoriale dell’Economist, un giornale certo non vicino alla Cgil.

Si fa del resto solo un gran parlare, anche da noi, e poco si fa invece per provare ad uscire dalla crisi. Troppe liturgie, personalismi e grilli parlanti. E ci basta rinviare all’analisi lucida ed efficace di Luciano Gallino, riproposta anche in questi giorni su Repubblica (19 u.s.), per dire quale discussione si dovrebbe invece aprire.

Al netto, comunque, di quelle che sono le cause della crisi, crediamo sia altrettanto superfluo riproporre dati nazionali e locali relativi alla condizione del Paese e della nostra Regione, senza aggiungere nulla di più di qualche luogo comune, quando invece occorre una visione programmatica che, in maniera radicale, sappia assumere il tema della riduzione delle ingiustizie e dell’esclusione sociale come “ricetta economica” per uscire dall’angolo.
Coraggio e visione significano scelte chiare sul "come" e "dove" allocare le risorse; significa indirizzare l'intervento pubblico regionale su alcuni settori ben precisi. Significa esplicitare che il ruolo del pubblico, creatore diretto ed indiretto di lavoro, è oggi essenziale e non rinviabile. E su questo costruire alleanze, rapporti di forza, movimenti per combattere le mille resistenze che ci sono e sono forti, a Bruxelles come a Roma come a Potenza.

 

Tra le priorità d’intervento creativo di occupazione, la sanità e il  sociale costituiscono ambiti di intervento fondamentale, che non dipendono completamente né da Roma né tanto meno dai mercati emergenti.
Con il Governo nazionale si deve discutere di quale ruolo assegnare alla nostra Regione, quale riconoscimento avere per il contributo energetico, senza mediazioni penalizzanti o prese in giro su quanto riteniamo già ci spetti (aspettiamo tutti di leggere con ansia il decreto Mise e Mef sulla carta carburante, soprattutto in relazione allo Sblocca Italia, per vedere se le risorse dal 2013 in poi saranno veramente a disposizione per lavoro ed inclusione…). Sapendo che però diverse scelte sono tutte e solo nelle nostre mani.
Basti pensare a quanto lavoro si potrebbe creare nei servizi socio-assistenziali e sanitari. Almeno 400/500 posti di lavoro da subito, considerata la ormai non più sostenibile carenza di personale. E poi tutto il campo dell’assistenza all’infanzia, della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, del ripristino delle aree a forte vocazione ambientale, ecc. (un lavoro di utilità sociale vera, come avanzato dalla Cgil all’interno della proposta sul reddito minimo di inserimento).

Il welfare rappresenta, del resto, uno straordinario settore produttivo in cui operano già più di 15 mila addetti tra pubblico e privato e potrebbe essere uno dei motori della ripresa per la nostra regione: liste di attesa, istituzione delle case della salute e disciplina dell’accreditamento per le strutture cooperative e residenziali che operano a tutela della salute pubblica. E poi sostegno a progetti mirati nel mondo della cooperazione di tipo B, della promozione sociale, per tutto ciò che è inclusione, innovazione tecnologica e organizzativa (che ce ne è ed è tanta proprio in questi settori, pensiamo a tutto ciò che è domotica, tele controllo, ecc.).

C'è poi da costruire una nuova visione di cura del territorio attraverso politiche coordinate e soprattutto redigendo un vero piano industriale con cui rilanciare il settore forestale. E in questo quadro l'agricoltura lucana può essere un volano per il rilancio e la crescita occupazionale: è opinione comune tra le organizzazioni sindacali e le imprese che il settore agricolo possa rappresentare un vero traino dell'economia lucana, se solo si invertisse una situazione di pseudo programmazione del PSR che negli anni si è limitata alla redistribuzione delle risorse, più funzionale alle associazioni agricole che agli agricoltori.

Così come anche per il settore delle costruzioni, che sicuramente vive una crisi strutturale, ma che non può anche qui essere la crisi un alibi “permanente” per le tante opere che da anni sono cantierabili e che non si è riusciti ancora ad avviare. Tra queste basta solo pensare all' opera del Marascione.

Il lavoro si crea con coraggio, intuizioni e capacità di percorrere strade diverse da quelle già tracciate. Di fronte ad un quadro di questo tipo esistono due emergenze su cui non si può più tergiversare: giovani e povertà. La disoccupazione giovanile, che ormai è diventata l’emergenza primaria, deve essere affrontata con un piano regionale specifico. Le proposte del Piano del Lavoro sono tutte lì, pronte solo ad essere discusse e avviate, in coerenza con Garanzia Giovani che non deve rimanere uno strumento chiuso nelle stanze della Regione.

La povertà, che dovrà essere affrontata dando sostanza al reddito minimo di inserimento per ridare dignità agli oltre 30 mila lucani sotto la soglia minima di sopravvivenza: perché diventi diritto esigibile e non semplice propaganda occorrono, in prima battuta, almeno 60 /70 milioni di euro. Bene allora la nascita di uno specifico fondo con la legge regionale di assestamento, ma ora si tratta di trovare le risorse minime necessarie (per questo la vertenza Petrolio è strategica!) e soprattutto avviare quel lavoro di programmazione, di creazione di un “portafoglio” progetti, di coordinamento tra i diversi soggetti, perché sia reale inserimento/reinserimento al lavoro a all’impegno a favore delle comunità. Anche qui la Cgil ha avanzato studi, dati, proposte, merito. Pronti a sostenerle con tutti gli strumenti a nostra disposizione.

 

Questo è il tempo delle scelte in una nuova visione che guardi agli interessi generali e non ai bacini elettorali. Occorre coesione e responsabilità: si chiuda la fase dei personalismi e dell’utilizzo delle istituzioni solo per promuovere la propria immagine. Le istituzioni devono essere a servizio degli interessi generali, una politica più sobria ed operosa e meno incline all'immagine farebbe sicuramente bene alla crescita della Basilicata.

La Giunta, il Presidente, le associazioni datoriali saranno chiamate nei prossimi mesi a dimostrare con il “fare” se questa visione, questo coraggio, questa capacità di programmazione ci saranno o meno. Di una cosa siamo però certi: la cura finora portata avanti per affrontare questa crisi è stata una cura sbagliata che ha solo peggiorato le condizioni del malato. Tentativi di cambiare visione e priorità cominciano ad intravedersi in Basilicata (e questo va riconosciuto) ma non bastano, non hanno ancora l’incisività necessaria. L’autunno che verrà sarà per molti il vero momento di verifica. La Cgil è in campo. Il sindacato confederale unito è in campo. Lo è a Roma e lo è a Potenza. Con idee e proposte, cercando il confronto sempre, ma pronto anche a mobilitare i tanti lavoratori, pensionati, disoccupati che certo la crisi la stanno pagando senza averne avuto responsabilità alcuna.

 

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