Con questa lettera la CGIL vuole invitare tutti i cittadini della Basilicata, ad una riflessione sulla riforma del lavoro avanzata dal Governo Monti.
Prima di tutto vorremmo spiegare perché, nonostante interventi positivi (che vanno nella direzione giusta) sulla cosiddetta flessibilità in entrata (cioè i contratti con cui si può essere assunti), riteniamo falsa l’idea che, nel suo complesso, la riforma superi la precarietà. È vero che, con la riforma, costeranno di più i contratti a termine, l’apprendistato potrebbe essere rilanciato e anche su partite IVA, contratti part-time, contratti a progetto l’intento è ridurne gli abusi: ma prima di tutto non vi è stata nessuna abrogazione delle oltre 46 tipologie di contratto non a tempo indeterminato (e la stessa riforma del contratto a progetto, se da un lato alza i contributi previdenziali senza fissare però un riferimento ai compensi, potrebbe facilitare una cannibalizzazione dei netti: tradotto pago più contributi, ma non essendoci un minimo salariale, riduco i compensi). Ma soprattutto, con la riforma che si prospetta, si rischia di fatto un “trasferimento” della condizione precaria dal mercato del lavoro al rapporto di lavoro in azienda. Perché oggi un lavoratore – giovane o cinquantenne che sia – vuole un contratto a tempo indeterminato, giustamente, perché questo vuol dire poter pianificare meglio la propria vita, sposarsi, mettere su casa, continuare a pagare l’università ai figli, ecc. Se però da domani – con la riforma dell’articolo 18 – un lavoratore da precario diventa a tempo indeterminato ma può essere sempre licenziato ingiustamente (sottolineo ingiustamente) e non avere più la possibilità di essere reintegrato, siamo certi che gli stiamo dando stabilità?
Anche la stessa parte di riforma dedicata agli ammortizzatori rischia di produrre un danno, soprattutto al Sud ed in Basilicata. Perché se da un lato la nuova ASPI (Assicurazione Sociale per l’Impiego) includerà gli apprendisti (fino a ieri scoperti), dall’altro non coprirà le partite IVA e i contratti a progetto e soprattutto produrrà una riduzione rispetto alla durata oggi garantita dall’indennità di mobilità (l’Aspi assorbirà infatti indennità di disoccupazione e mobilità). Nel sud un lavoratore che fino ad oggi aveva fino a 39 anni beneficiava di 24 mesi di indennità, da domani 12; un lavoratore tra i 40 e i 49 anni beneficiava di 36 mesi, da domani 12; un lavoratore tra i 50 e i 54 anni beneficiava di 48 mesi, da domani 12; un lavoratore con 55 o più anni beneficiava di 48 mesi, a regime di soli 18. Una perdita evidente, in un territorio che se fa fatica ad offrire una nuova occasione di lavoro già oggi dopo 48 mesi, ci chiediamo come farà domani a garantirla in 12 o 18. Come CGIL siamo riusciti a difendere la Cassa integrazione Straordinaria nonostante la volontà del Governo di superarla (ma non per i casi di aziende in procedura concorsuale con cessazione di attività per cui verrà meno) e siamo riusciti a far in modo che la nuova ASPI parta con gradualità invece che da subito (e tutta) nel 2013, ma è evidente che non basta e che occorre modificare la norma in Parlamento. Così come occorre ottenere l’universalizzazione degli ammortizzatori sociali per tutti i settori oggi non coperti e per le aziende sotto i 15 dipendenti (che finora hanno avuto gli ammortizzatori in deroga): copertura universale che – al di là della propaganda del Governo – questa riforma non da.
Infatti se la riforma estende la CIGS in maniera strutturale ad alcuni settori (le imprese del commercio tra i 50 e i 200 dipendenti, le agenzie di viaggio sopra i 50 e le imprese di vigilanza sopra i 15 lavoratori), per tutti gli altri settori prevede – sul modello assicurativo puro – solo l’istituzione di fondi di settore, con l’obbligo di essere in pareggio, a carico esclusivo di lavoratori ed imprese, definiti da accordi tra le specifiche parti sociali e senza contributo della fiscalità generale (come invece sono gli ammortizzatori in deroga). Tradotto: settori ricchi avranno ammortizzatori ricchi, settori poveri avranno ammortizzatori poveri. E in quei settori dove non vi saranno accordi vi potrà al massimo essere un decreto interministeriale che creerà un fondo di solidarietà residuale in grado di coprire una durata non superiore ad 1/8 delle ore lavorabili (per cui se la riduzione orario per crisi è maggiore non si sa chi paga e se paga).
Altro che universalizzazione degli ammortizzatori sociali per tutti, siamo di fronte alla balcanizzazione delle coperture, settore per settore, azienda per azienda (anche perché un simile meccanismo di fatto varrà anche per eventuali esodi nelle grandi imprese). Imprese ricche potranno investire nei fondi per ristrutturare, imprese povere licenzieranno e basta, senza più gli ammortizzatori per i lavoratori.
È in questa cornice che, allora, assume un valore pratico di difesa dei lavoratori (e non solo un simbolo come qualcuno dice) la norma contro i licenziamenti ingiustificati (cioè l’articolo 18). Oggi la riforma ci racconta una bella favola (e qualche bugia): ci racconta che in caso di licenziamenti ingiustificati per discriminazione si manterrà la reintegra (peccato che nessun datore scriverà mai nella lettera di licenziamento che ti caccia perché anziano, donna, iscritto al sindacato, ecc.) e non è vero che questa riforma estende tale tutela a tutti, perché era già cosi dal 1990 (legge 108, articolo 3). Si propone poi di modificare la norma in caso di licenziamento ingiustificato per motivi disciplinari, dove il giudice potrà decidere se reintegrarti o darti un indennizzo monetario (quando prima reintegrava solo) a fronte del fatto che, accusato di furto (per cui già oggi, giustamente, se rubi sei licenziato), anche se si prova che non è vero che hai rubato, non hai più il diritto di tornare a lavoro. Infine si propone che - in caso di licenziamento, sempre ingiustificato, per motivi economici (per esempio un calo di attività, la tua – secondo l’azienda – incapacità di fare un altro lavoro, ecc.) -, anche quando il lavoratore prova che non è vero che c’è un calo di attività o dimostra che potrebbe fare un altro mestiere in azienda, il giudice possa solo riconoscerti fino a 27 mensilità. E tutto questo con effetti non solo in caso di licenziamenti ingiustificati individuali (cioè fino ad un massimo di 4 lavoratori) ma anche in caso di licenziamenti collettivi ingiustificati (cioè in violazione della legge 223/91 che regola appunto i licenziamenti di più di 5 dipendenti). Ed è evidente che l’imprenditore che vuole creare un clima di paura in azienda, colpire il lavoratore che non gli piace, ecc. sceglierà sempre come motivazione il licenziamento economico: perché, anche se andrà male, al massimo se la caverà pagando qualche mensilità e il lavoratore – alla fine – avrà pure meno che se fosse andato in mobilità. Ed infine non è vero che tutto ciò non si applicherà al pubblico impiego: prima di tutto perché l’articolo 18 è espressamente richiamato dalle norme sul rapporto di lavoro pubblico (e quindi se si cambia la fonte, gli effetti sono su tutti i rimandi) ma anche perché il Governo lo scrive esplicitamente che vi saranno successive fasi di confronto per eventuali “adeguamenti” a quanto previsto dalla riforma. Se passa quindi ora nel privato è scontato che non potrà esservi differenze di trattamento di fronte alle legge (principio di uguaglianza di fronte al giudice).
Chiedere che in caso di licenziamento senza motivi, il giudice possa decidere la reintegra, non mi pare per tanto una richiesta folle: ma solo un atto di civiltà.
Chiedere che sugli ammortizzatori sociali si modifichi la riforma - anche tenendo conto che la riforma delle pensioni ha allungato l’età per accedervi - perché si rischia oggi che il sessantenne sia troppo vecchio per trovare un altro lavoro e troppo giovane per andare in pensione, non ci pare una follia. Chiedere che i lavoratori siano trattati tutti allo stesso modo, con coperture simili, ci pare il minimo. Chiedere che si riapra la discussione sulle pensioni, almeno su due tre punti centrali, a partire dalla possibilità che vi siano uscite flessibili (anche con qualche perdita) prima dei 67 o dei 70 anni e a partire dalla banale considerazione che i lavori non sono tutti uguali (non è uguale il lavoro dell’infermiera, della maestra di asilo, dell’operaio alla catena, rispetto al lavoro di un docente universitario o di un chirurgo) ci pare di buon senso.
Il tema vero oggi non è ridurre i diritti, non è penalizzare chi vede la propria azienda in crisi ma è come creiamo occupazione stabile e duratura. Come aggrediamo i veri nodi per cui non c’è lavoro in Italia e nel Sud, a partire dalla situazione delle infrastrutture, dalle banche che ricevono soldi pubblici all’1,5% di interesse e lo rimettono sul mercato a tassi del 7-8%, dalla lentezza delle cause giudiziarie, dal lavoro nero che cresce e dagli investimenti in ricerca che calano, dalla scarsità di risorse destinate alle scuole, all’università, alla formazione permanente.
Insomma il tema vero è come la crisi la paghino tutti e non solo i soliti e come, per uscire dalla crisi, occorra – quello si coraggio vero – aggredire le tante rendite e risolvere i tanti problemi storici che il Paese ha, facendo del Mezzogiorno, delle imprese che resistono e continuano ad investire, delle possibili eccellenze che su nuove energie, settori innovativi, turismo, ambiente, servizi ad alto valore aggiunto, agro industria, nuovi materiali si possono creare, la vera sfida tra innovatori e conservatori. Noi come CGIL Basilicata, nel nostro piccolo, ci stiamo provando: avanzando proposte di politica industriale (la nostra “Basilicata 2020”), proponendo interventi per far emergere il lavoro nero, rilanciando una nuova idea di welfare e di bene pubblico. E difendendo i diritti che abbiamo conquistato, mobilitandoci perché il Parlamento modifichi il testo delle riforma, convinti che non può esserci crescita e sviluppo senza più diritti e più democrazia.




























