Nota introduttiva: da quale lavoro di ricerca trae origine il volume
Il volume è il risultato di un lavoro di diversi anni che in parte ha preso spunto dalla realizzazione di tre rapporti sulle problematiche occupazionali, economiche e sindacali di cui sono stati committenti la Fiom Basilicata, la Filctem Potenza e la Cgil Basilicata, nel 2009, nel 2012 e ancora nel 2013.
Il primo rapporto del 2009 è quello che ha introdotto la richiesta della clausola sociale all’interno di un contratto di sito come poi avvenuto con la sottoscrizione del Patto di Sito del 5 ottobre 2012. Il Terzo rapporto è alla base dell’accordo sindacale del 6 agosto 2014 che invece ha affermato la necessità di un contratto integrativo per i lavoratori dell’indotto Eni della Val d’Agri.
1. Consumi, importazione e produzione di idrocarburi in Italia
Negli ultimi anni i consumi petroliferi, così come le importazioni di petrolio in Italia sono in netto calo. Le importazioni di petrolio, solo tra il 2009 e il 2014 sono passate da 68,8 milioni di tonnellate a 53,8 (-22%). La dipendenza energetica dall’estero è rimasta comunque sostanzialmente immutata, pari in media negli ultimi anni all’85% (tale percentuale corrisponde al valore delle importazioni di petrolio rispetto alle da diverse fonti di energia nei consumi finali).
Il dato più importante da sottolineare sta tuttavia nella riduzione dei consumi petroliferi che solo tra il 2000 e 2013 sono passati in Italia da 93,5 a 60,2 milioni di tonnellate (-35,6%) (tab. 6, p. 37 nel testo).
Anche i consumi di gas mostrano una certa riduzione negli ultimi anni: solo tra il 2014 e il 2013 sono passati da 70,1 a 61,9 miliardi di metri cubi (-11,7%). I consumi di gas sono tornati in questo modo agli stessi livelli del 1998.
La riduzione dei consumi petroliferi (e in parte di quelli del gas) sono dovuti a molteplici ragioni, ma essenzialmente all’azzeramento dell’utilizzo del petrolio per la produzione di energia termoelettrica, al maggior apporto delle altre fonti di energia come quelle rinnovabili, alla riduzione del consumo di benzina per auto, al minor fabbisogno espresso dal settore industriale (complice anche la crisi di questi anni e la riduzione delle produzioni nel settore della gomma-plastica) è più in generale dai processi di efficientamento e risparmio. La riduzione dei consumi è dunque da comprendere all’interno della transizione energetica che anche in Italia vede diminuire progressivamente la produzione di energia, per consumi diversi, proveniente dallo sfruttamento delle fonti fossili.
La riduzione dell’importazione di petrolio, che dipende direttamente dalla diminuzione dei consumi energetici finali, è uno dei dati più rilevanti degli ultimi anni insieme all’aumento del contributo proveniente dalle fonti rinnovabili. L’approvvigionamento petrolifero (olio greggio) tra il 2000 e il 2014 si è, infatti, ridotto di quasi il 56% (in particolare quello in conto proprio), quello dei semilavorati del 12%, quello dei prodotti finiti quasi dell’80%, mentre la produzione nazionale di petrolio ha contribuito nel 2014 per il 10% del fabbisogno (di cui il 6% corrispondente alle produzioni della Basilicata), essendo soddisfatto il rimanente 90% dalle importazioni (tabella 3 del volume).
Se consideriamo i consumi interni lordi di energia in Italia, il petrolio è passato da un peso del 49,5% nel 2000 al 37,7% nel 2013, mentre il peso delle rinnovabili nello stesso periodo è salito dal 6,9% al 19,6%.
Va osservato, inoltre, a questo proposito, che la produzione di petrolio è diminuita complessivamente in Europa. I paesi del nord Europa, che sono i principali produttori di petrolio (Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca) hanno ridotto della metà la loro produzione attestandosi sui 160 milioni di tonnellate nel 2011 rispetto al 2001; in Italia, nello stesso periodo, la produzione è aumentata invece del 22%: da 4,8 a 5,8 milioni di tonnellate.
2. La produzione petrolifera in Basilicata
Nel 2014 la Basilicata con circa 4 milioni di tonnellate di petrolio estratto in Val d’Agri (il 70% della petrolio estratto in Italia) ha coperto il 6,3% dei consumi petroliferi nazionali; per il gas nello stesso anno è arrivata a coprire il 20% della produzione nazionale, incidendo però solo per il 2,4% sul consumo nazionale di gas nello stesso anno. (vedi tabella 6 a p. 160 del volume).
Va osservato che il peso del petrolio estratto in Basilicata è destinato ad aumentare in termini di peso non solo per l’avvio del Centro Olio della TOTAL, ma anche perché i consumi nazionali di petrolio, se saranno confermati gli andamenti degli ultimi anni, sono previsti in riduzione anche negli anni avvenire. In questo senso l’estrazione di petrolio in Basilicata sembra accompagnare maggiormente il minor consumo di petrolio a livello nazionale piuttosto che l’aumento del suo fabbisogno. A ciò si aggiunga che i consumi più stabili del gas, che si sono anche ridotti negli ultimi anni, saranno coperti ulteriormente solo in parte dalle produzioni della TOTAL e da quelle aggiuntive dell’ENI una volta messa pienamente in attività la quinta linea e completati gli altri pozzi in programmazione.
In Italia l’ENI ha realizzato nel 2014 quasi il 9% della sua produzione annuale di petrolio a livello mondiale (73 mila barili/giorno su 828 mila barili/giorno). Se consideriamo la produzione della Basilicata solo per la parte Eni (media di 85 mila barili giorno, di cui circa 35 mila di competenza SHELL), la quota di produzione Eni della Val d’Agri ha soddisfatto circa il 70% della produzione realizzata dalla società sul territorio nazionale.
3. L’occupazione dell’indotto ENI e il quadro delle imprese
L’occupazione in Val d’Agri collegata alle estrazioni petrolifere è aumentata, ma i dati comunicati da ENI nel suo ultimo Local Report dell’anno 2014 non corrispondono, secondo la nostra analisi, all’occupazione “ordinaria” (giornaliera) del sito. L’ENI ha riportato, e pubblicizzato, per l’anno 2014 un’occupazione di 409 addetti alle sue dirette dipendenze (di cui 385 quelli impiegati in Basilicata, il resto in altre aree del Distretto Meridionale), che è il dato certo, e 3.121 nelle aziende dell’indotto. Va ricordato a questo proposito che il 2014 è stato un anno in cui il Cova (Centro Olio Val d’Agri) è stato interessato dalla costruzione della quinta linea e da altri lavori di natura straordinaria (ammodernamento di alcuni impianti, manutenzioni straordinarie, ecc.), come da altre attività relative alla manutenzione dei pozzi (lavaggi, workover, ecc.) che sono da considerarsi anch’esse come temporanee (e in parte proseguite anche nel 2015).
Al di là della forte presenza di manodopera extra-locale e della natura straordinaria del lavoro aggiuntivo che si è determinato in questo anno, come nel 2015, il totale delle ore di lavoro dichiarato dall’azienda per i propri dipendenti e per le aziende fornitrici (3,5 milioni di ore) corrisponde ad un’occupazione a tempo pieno per l’intero anno di 1.983 unità e non di 3.530 (3.121 + 409) a conferma del largo ricorso del lavoro a termine (per alcun mesi o settimane) e della natura straordinaria di molte attività. Per impiegare a tempo pieno e per l’intera durata dell’anno tutte le unità di lavoro indicate da ENI, le ore di lavoro sarebbero dovute essere complessivamente 6,3 milioni e non 3,5.
Le nostre analisi stimano il fabbisogno ordinario dell’attuale attività dell’Eni tra Cova e Pozzi più prossimo ai 1.500 dipendenti (comprensivi dei circa 400 dipendenti diretti di ENI), al netto delle attività di natura straordinaria.
Questo dato trova conferma indirettamente anche dal fatto che il numero dei lavoratori dell’indotto che nel 2014 hanno avuto diritto all’integrazione monetaria a seguito dell’accordo sindacale del 6 agosto 2014, la cui discriminante era quella di aver maturato almeno un rateo (ovvero 15 giorni di lavoro), sono risultati alla fine meno di 1.000 (più precisamente 876 suddivisi tra 32 aziende secondo l’ultimo dato disponibile risalente al luglio 2015, al netto di poche altre aziende che dovevano completare o ancora avviare la stipula delle convenzioni preliminari al riconoscimento dell’integrazione monetaria ai lavoratori).
Il punto non è rappresentato tuttavia solo dalle diverse grandezze numeriche dell’occupazione, ma anche dalla composizione della forza lavoro in termini di qualificazione tra locali ed extra-locali, dall’ancora elevata incidenza del lavoro a termine e dalla provenienza geografica della manodopera impiegata dall’Eni e dalle aziende fornitrici, in particolare in occasione dei lavori di natura straordinaria da parte di quest’ultime.
Sul fronte delle imprese locali coinvolte nella filiera petrolifera in Val d’Agri, il loro numero è senza dubbio aumentato, ma su di esse permangono alcuni forti limiti che sono rappresentati dal fatto di essere rimaste concentrate nei servizi a minor valor aggiunto (con ovvi riflessi sulla composizione della loro forza lavoro); di essere nella maggior parte dei casi imprese già esistenti, che al massimo hanno creato altre società all’interno della compagine societaria (in questo senso come già nel caso dell’indotto FIAT di Melfi non si annoverano nuove imprese); di essere del tutto, o quasi, assenti in comparti importanti, uno per tutti quello dei servizi ingegneristici dove ad oggi si annovera una sola impresa “locale”, fatta eccezione per quelle che hanno una sede nella valle o nella zona industriale ma che provengono da fuori regione.
La creazione di nuove società all’interno delle imprese già esistenti ha contribuito tuttavia ad aumentare lo spettro delle attività e l’occupazione; ma come detto in precedenza, fatta qualche rarissima eccezione, ciò non ha corrisposto ad un innalzamento dei livelli di qualificazione della forza lavoro.
In questa direzione il maggiore coinvolgimento tra le imprese locali si è prodotto tra quelle dedite ai servizi ambientali e alle opere civili.
3. Il petrolio e la spesa regionale: quanto pesano le royalties sulle entrate del bilancio regionale?
Nel bilancio di previsione per il triennio 2014-2016 le royalties, sotto la voce «Altre imposte, tasse e proventi», erano state quantificate annualmente in 170,6 milioni di euro. Si tratta di una somma che, stando al bilancio di previsione della Regione Basilicata, doveva corrispondere nel 2014al 5,3% delle entrate regionali e al 7,4% e al 7,9% nei due anni successivi, anche in ragione di una riduzione prevista delle entrate complessive: da 3,2 miliardi nel 2014 a 2,2 nel 2016.
Il dato su cui vogliamo riportare l’attenzione è infatti relativo al fatto che questa voce è risultata negli ultimi anni più rilevante perché nel contempo le entrate fiscali si sono ridotte (causa la crisi economica) così come i trasferimenti statali. Tuttavia le royalties hanno contribuito a finanziaria alcuni servizi, ma non ci sembra a finanziarli integralmente; i fattori di crisi della finanza regionale sono pertanto diversi e non riconducibili alla brusca riduzione delle royalties relativamente al gettito dell’anno 2015.
Ma quanto hanno realmente inciso finora le royalties sul bilancio della Regione Basilicata e quale è l’incidenza reale sulla spesa corrente piuttosto che su quella in conto capitale? Nel bilancio di esercizio della Regione Basilicata le royalties compaiono nel capitolo delle entrate accertate sotto la voce «aliquota del prodotto di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi estratti». Esaminando i bilanci che vanno dal 2010 al 2014 questa voce risulta effettivamente in crescita in termini di incidenza sulle entrate complessive, ovvero sulla somma dei tributi diretti e indiretti (quest’ultimi comprensivi delle royalties). Si è passati così, rispetto al totale delle entrate, da una incidenza del 3,1% del 2010 al 9% del 2014 (tabella 11 a p. 178 del volume).
I dati del triennio 2010-2012 confermano, inoltre, che questa più elevata incidenza non si è riversata solo sulla spesa in conto capitale, ma anche sulla spesa corrente, fermo restando un utilizzo delle royalties, nei tre anni qui considerati, maggiore per la spesa in conto capitale. Riguardo a quest’ultima si è passati da una incidenza dell’8,6% del 2010 al 20,1% del 2012, mentre per la spesa corrente, nello stesso periodo, dallo 0,8% al 4,8%.
4. Le royalties e il Programma Operativo Val d’Agri (POVA)
I dati ressi disponibili dalla Corte dei Conti circa l’utilizzo delle royalties nell’ambito della spesa regionale permettono di evidenziare, che al netto della somma impegnata nell’ambito del POVA le misure riconducibili esplicitamente a iniziative a sostegno del mondo dell’impresa e dell’occupazione (riferimento alle somme complessivamente impegnate nel periodo 2001-2012) sono state pari rispettivamente a 31 e 51 milioni, pari a circa il 10% delle risorse impegnate, almeno fino al 2012. Ciò non significa che le altre misure finanziate non abbiano avuto un impatto sull’occupazione, si pensi ad esempio alle somme impegnate per le politiche a difesa del patrimonio boschivo (circa 70 milioni di euro), che sono servite in larga parte a sostenere i piani di forestazione regionale e quindi il salario della manodopera forestale.
Se alle risorse dedicate specificatamente al lavoro e all’imprese, si aggiungono le risorse previste nell’ambito del Pova a sostegno dell’occupazione e dell’impresa queste salgono a circa 173 milioni di euro, pari al 22,4% della somma complessivamente derivante dalle royalties corrisposte all’ente Regione fino alla data del 2012 (fonte Corte dei conti).
Alla fine del 2013 (ultimo dato disponibile) dei 333 milioni disponibili per il Pova (programma avviato nel 2003) ne erano stati impegnati 290, per una spesa di 171 milioni (il 51% delle risorse previste in programma, di cui 130 destinate per l’appunto al sostegno alle attività produttive).
Per stessa ammissione dei responsabili del programma le misure finora adottate hanno consentito di raggiungere un numero basso di nuovi occupati, spesso a compensazione delle perdite che il tessuto locale ha registrato negli ultimi anni. Anticipiamo a questo proposito la considerazione che l’elevata frammentazione delle misure dovrebbe determinare un ripensamento del Programma, pur volendo apprezzarne lo sforzo programmatorio complessivo e lo schema di intervento inizialmente adottato.
Si tenga inoltre conto che per il capitolo di spesa destinato alle attività produttive, dei 130 milioni previsti, alla fine del 2013 ne erano stati impegnati 100 ,ma la spesa era stata solo di 50 milioni.
Nel rapporto di rendicontazione a fine 2013 si afferma che dei 35 bandi emessi a supporto delle imprese fino a quella data, i 22 bandi conclusi avevano determinato per 370 iniziative almeno un’unità di lavoro aggiuntiva (e nulla di più).
5. Le ricadute economiche e occupazionali per l’area della Val d’Agri
Le variazioni nel tessuto locale delle imprese
Per quanto riguarda le unità locali di imprese del settore industriale e dei servizi, il confronto intercensuario, tra il 2001 e il 2011, evidenza per i 30 comuni dell’area Pova (i comuni nel frattempo sono diventati 35 ma la nostra analisi verte su quelli presenti fin dall’inizio) una crescita dell’1,6% contro il 4,6% della media provinciale e il 5,2% della media regionale.
Se consideriamo, invece, solo i 10 comuni dell’Alta Val d’Agri che coprono quasi la metà delle imprese presenti al 2001 e al 2011 nell’area Pova, la variazione nel numero di nuove unità di impresa è maggiore (+5,6%).
Secondo dati più recenti da noi elaborati sulla base dell’archivio storico delle Camere di commercio, nei dieci comuni dell’Alta Val d’Agri il numero di imprese (comprese quelle agricole) è passato, tra il luglio 2012 e il gennaio 2015, da 3.066 a 3.078; se si considerano solo quelle industriali e del terziario la crescita è maggiore, da 2.255 a 2.380. Se si confronta questo dato (anche se metodologicamente l’operazione non è propriamente corretta) con quello del censimento del 2001, si tratta di 200 imprese più nel settore del commercio, di 140 in più nelle costruzioni e di 40 in più nelle attività alberghiere e della ristorazione. Inoltre il 90% di questo incremento è concentrato tra Viggiano e Marsicovetere.
Considerando le caratteristiche del territorio questi dati, pur tenendo conto della limitata porzione di territorio e di popolazione, segnalano comunque un dinamismo imprenditoriale non elevato e comunque sempre più concentrato tra Viggiano e Marsicovetere (frazione di Villa d’Agri) e una rarefazione progressiva del tessuto imprenditoriale, già molto debole, negli altri territori comunali.
Cosa succede nel mercato del lavoro locale? Cresce l’occupazione, ma anche la disoccupazione
Il confronto tra il numero di iscritti al CPI di Villa d’Agri, tra il 2008 e il febbraio 2015, indica il perdurare di una situazione di deficit sul piano dell’occupazione che mostra anche un aumento delle persone iscritte al CPI, principalmente tra la componente maschile che è cresciuta soprattutto tra i disoccupati (da 1.700 a 2.900), mentre si è ridotta per entrambe i sessi tra le persone in cerca di prima occupazione.
Nel complesso gli iscritti al CPI di Villa d’Agri crescono in questi sei anni a fronte di una riduzione del 3% a livello provinciale. Anche in questo caso, tuttavia, se prendiamo in considerazione solo i dati degli iscritti residenti nei comuni di Viggiano e Marsicovetere, la riduzione degli iscritti è stata nello stesso intervallo temporale rispettivamente -36% e -37%, dunque ben più significativa di quella registrata a livello provinciale.
Nel complesso il mercato del lavoro locale presenta, rispetto al passato, una maggiore dinamicità condizionato dalla natura periodica degli investimenti che attivano periodicamente nuova offerta di lavoro, ma anche la persistenza di un’ampia quota di offerta di lavoro insoddisfatta, poco qualificata, che non trova una domanda di lavoro in grado di assorbirla.
Con riferimento al tema della qualificazione si potrebbe affermare per certi versi che il problema non risiede tanto nell’esistenza di una oggettiva divaricazione tra i profili professionali della manodopera locale e di quella extra-locale, quanto soprattutto nel fatto che questa divaricazione è rimasta costante nel corso del tempo, se si fa eccezione per le iniziative formative promosse dall’Assoil School e per il bando per le 62 unità che erano previste in origine per i lavori di costruzione della quinta linea e che si sono concluse a lavori ormai ultimati.
Maggiori investimenti nella formazione e l’apertura di un rapporto con gli ordini professionali da parte di ENI e delle aziende dell’indotto, favorirebbe certamente un percorso più virtuoso in questo senso.
Allo stesso modo l’episodicità del rapporto con il sistema della formazione secondaria superiore (soprattutto a livello locale) e con l’università potrebbe avere esiti diversi, se i rapporti con le imprese che costituiscono la filiera petrolifera fossero più strutturati e meno occasionali e pubblicitari.
5. La Val d’Agri sta trattenendo o perdendo popolazione?
L’area del Programma operativo Val d’Agri (Pova) all’inizio del 2002 aveva una popolazione di poco superiore ai 67 mila abitanti che a distanza di 13 anni, ovvero alla fine del 2014, si è ridotta a 63,4 mila. Si tratta di una riduzione di poco meno di 4 mila individui (-5,8%) che si deve per il 90% al saldo naturale negativo e per il rimanente 10% al saldo migratorio complessivo (quello interno e con l’estero).
Le uniche eccezioni sono rappresentate dai comuni di Marsicovetere (la cui popolazione concentrata per buona parte nella frazione di Villa d’Agri) è aumentata di 700 unità e in parte da Viggiano, la cui popolazione è leggermente cresciuta.
Questo dato è in linea con quello della provincia di Potenza e della Basilicata più in generale? Sulla base dei dati Istat, la riduzione della popolazione nell’area dei 30 comuni del Pova risulta più intensa rispetto al dato delle due province e della regione nel suo insieme.
Tra il 2002 e il 2014 il saldo naturale è stato negativo per circa 3.500 unità nei comuni dell’area Pova, risultando positivo come detto in precedenza solo per il comune di Marsicovetere, mentre per quanto riguarda il saldo migratorio è stato complessivamente negativo per 900 unità, anche qui con l’eccezione di Viggiano e Marsicovetere e dei comuni del Pova più prossimi al capoluogo (Brindisi, Brienza, Sasso e Satriano)
7. Sul rapporto tra le istituzioni locali e l’ENI: alcune proposte
La comprensione del ruolo dell’Eni in Basilicata è imprescindibile da quello del quadro istituzionale-amministrativo locale, come dal contesto socio-economico e non ultimo da quello demografico. Come già in precedenti occasioni, gli investimenti di grandi gruppi industriali (nazionali come esteri) sul territorio regionale avvengono nel quadro di una debolezza programmatica e politica che riduce spesso i termini dello scambio ora alla risorsa finanziaria, ora all’occupazione (soprattutto guardando ai numeri e poco alla qualità), mettendo da parte un’attività programmatica connessa alle prospettive di sviluppo di medio-lungo periodo e ai fattori di qualificazione tanto delle risorse finanziarie, quanto dell’occupazione.
Come già nel rapporto redatto per la Cgil alla fine del 2012 le proposte che avevamo formulato all’epoca rimangono valide anche oggi.
Una nuova contrattazione istituzionale con l’ENI e così con la TOTAL, dovrebbe ipotizzare: 1) possibili nuove ricadute industriali che consentano di allargare il coinvolgimento delle imprese locali al di là dei servizi ambientali in cui spesso sono confinate; 2) di pensare alla realizzazione effettiva di un distretto energetico regionale rivolto prevalentemente allo sviluppo delle FER in termini tecnologici, di ricerca e industriali; 3) la realizzazione di investimenti diversi di Eni (e da parte delle altre compagnie) nel campo delle rinnovabili; 4) una migliore e più efficace spesa delle royalties impiegate nel sostegno alle attività produttive nell’area attraverso un ripensamento complessivo degli assi di intervento e una riduzione nella frammentazione delle misure messe a bando.




























