EnergieAlternative

Il dibattito che si è riacceso sul rapporto petrolio-territorio-sviluppo (dibattito mai venuto meno in

realtà) nasce dalla scelta del Consiglio Regionale di introdurre una moratoria sulle nuove domande

per la ricerca di idrocarburi. Una scelta importante perché mette in sicurezza, almeno in termini

politici (tecnicamente la questione è più complessa) quel 60% del territorio lucano oggi non oggetto

nè di estrazione nè di ricerca. Ma che ovviamente non “risolve” il tema di come utilizzare, in

termini realistici, quello che già c’è (cioè in quale strategia di sviluppo inserire gli insediamenti

estrattivi esistenti), come affrontare i problemi ambientali e occupazionali sollevati da sindacato

e comunità locali per evitare un conflitto potenziale tra lavoro e salute, che può essere prevenuto

solo uscendo da vecchi modelli produttivi e di consumo (Taranto docet), e quindi come utilizzare le

eventuali risorse che, anche dal petrolio, saranno a disposizione nei prossimi anni per una politica

economica di prospettiva. Occorre cioè mettere in fila temi e questioni diverse tra loro e che

rischiano, altrimenti, di confondersi e di confondere.

Primo tema e più importante: quale è il modello energetico e di sviluppo su cui puntiamo in

Italia e in Basilicata?

Uscire dalla dipendenza dal petrolio è la priorità su tutto. Questo vuol dire attuare pienamente le

indicazioni dell’Unione Europa per l’Agenda 2020 e piegare tutte le nostre strategie energetiche

agli obiettivi indicati dalla Commissione per il 2050. Tradotto: efficienza energetica, risparmio

e riuso, produzione da fonti rinnovabili. L’obiettivo dell’indipendenza energetica dell’Italia

e dell’Europa (ogni anno paghiamo 50 miliardi ai paesi extra UE per la loro energia), della

salvaguardia dell’ambiente e della piena disponibilità di energia teoricamente inesauribile rende

ogni politica dipendente dal petrolio, vecchia, inefficace e costosa. Il tema è quindi come utilizzare

parte delle risorse disponibili (per la Basilicata i fondi comunitari da riprogrammare già dal 2013

e le risorse delle royalties in particolare) proprio per fare della nostra regione la terra capofila nel

risparmio, produzione e distribuzione di energie rinnovabili, non certo l’HUB petrolifero dell’Italia.

E su un nuovo modello energetico impiantare quindi, coerentemente, un nuovo modello produttivo.

Se la moratoria va in questa direzione: bene! È un fatto positivo e ne va dato giustamente merito

alla Giunta e al Consiglio. Dobbiamo essere, però, tutti consapevoli, allora, e dirci che quanto fatto

non basta, visto che, solo per fare un esempio, siamo già in ritardo rispetto all’attuale tabella di

marcia fissata a Roma e Bruxelles proprio in materia di produzione di energie da fonti rinnovabili:

nel 2010 (dati Banca d’Italia, su ultimi dati disponibili) il nostro contributo in termini di energia

elettrica prodotta da fonti rinnovabili rispetto agli obiettivi dati è risultato pari al 38,4%: inferiore

sia alla media del Mezzogiorno (51,5%) sia a quella nazionale (76,1%).

Quindi c’è il tema intimamente connesso del modello di sviluppo, perché il rapporto che c’è

tra energia, ambiente e sistema produttivo si esprime proprio nelle scelte coerenti di

programmazione economica pubblica e privata, per favorire quella società della conoscenza,

del terziario avanzato, del manifatturiero di qualità, che non a caso rientra negli stessi

obiettivi di Europa 2020. Stiamo parlando della così detta nuova rivoluzione industriale (o green

economy) che, come tutte le rivoluzioni, però, va preparata: in termini infrastrutturali, di modello di

impresa, di conoscenze e professionalità, di nuovi assetti sociali. E qui, a differenza di quanto

pensano i “montiani” dell’ultima ora, ha ancora senso (anzi è fondamentale) il ruolo del pubblico.

Come luogo di programmazione e di facilitazione (in termini keynesiani), di alimentatore anche di

investimenti e domanda pubblica. La Regione, cioè, non può dismettere i panni del soggetto che,

attraverso una partecipazione delle comunità locali e una concertazione con le forze sociali,

programma, indirizza e usa la leva (per quanto limitata) della domanda pubblica per favorire una

scelta produttiva precisa, dentro ovviamente una strategia nazionale coerente (stile Industria 2015 di

Bersani, per intenderci). Costruire le condizioni per un distretto dei nuovi materiali e per la bio

edilizia vuol dire intrecciare ricerca privata e pubblica, utilizzare il patrimonio infrastrutturale

esistente e quello da venire, in un’ottica di crescita di imprese specializzate e di domanda specifica;

vuol dire usare la leva fiscale e mettere a disposizione i sistemi formativi pubblici scolastici e

professionali, ecc. E poiché una regione piccola ma complessa come la Basilicata è fatta anche di

un manifatturiero importante, ma che sconta limiti strutturali evidenti, vuol dire anche aggredire (in

una vertenza più grande, con alleati sul territorio ma anche in altre regioni e a Roma) il tema della

Fiat – Sata e del suo indotto, verso un rilancio industriale che guardi ad un modello aperto (lavorare

anche per altri produttori oltre Fiat che prima vengono in Italia, meglio è) e ad una serie di nuovi

prodotti (le auto a basso impatto ambientale) specializzando su nuova propulsione (dal metano e

GPL all’idrogeno), nuovi materiali, ecc. anche le reti di imprese della componentistica. Tutto

questo prima che, proprio come è avvenuto per i pannelli fotovoltaici o per gli accumulatori

dell’eolico, l’Italia diventi esclusivamente un consumatore e non un produttore. Su questo concordo

pienamente con quanto dichiarato anche recentemente dall’Assessore Pitella, che su Fiat credo

abbia centrato il problema per quello che realmente è (esaurimento/inesistenza di Fabbrica Italia,

necessità di altri produttori nel nostro Paese, specializzazione e valorizzazione delle eccellenze

meridionali presenti nella componentistica, grande vertenza meridionale). E vuol dire scommettere

sull’incontro tra produzione agricola e trasformazione, con la creazione di una vera filiera agro

industriale che oggi manca o, ancora, facilitare la creazione di un distretto delle acque minerali che

produca, dagli imballaggi ai servizi logistici, un indotto locale specifico, riducendo anche costi

economici e ambientali connessi alle lunghe distanze rispetto ai fornitori attuali. E poi ancora

politiche di valorizzazione della risorsa cultura, che vuol dire paesaggio, ma anche giacimenti

storico museali, parchi, turismo enogastronomico, ecc. Insomma in questo momento alla

Basilicata serve uno shock chiamato programmazione dal basso per creare lavoro, di qualità,

altamente professionalizzato, in grado di reggere competizione internazionale e nuova

sostenibilità ambientale. Con una visione alta della programmazione, obiettivi di medio termine e

con interventi che, già nel breve, possano svolgere una funzione anticiclica, mettendo in campo

qualche migliaio di posti di lavoro in grado di alleggerire il disagio economico e sociale che stiamo

vivendo.

Se tutto ciò è vero o condiviso si tratta allora di affrontare il secondo tema: cosa pretendere

rispetto a quel 18% di territorio già in mano alle grandi multinazionali del petrolio che con

pozzi già allacciati o in via di allacciamento prelevano oli e gas dal nostro sottosuolo e cosa

pretendere dal Governo centrale se i permessi di ricerca già autorizzati (e su cui la moratoria

non agisce) dovessero prima o poi trasformarsi (per un altro 20% del territorio) in nuovi

pozzi?

Per quanto riguarda il tema delle risorse, come CGIL, abbiamo già detto e scritto: le risorse

delle royalties vanno indirizzate lungo tre specifici assi. Un terzo alla tutela ambientale e della

salute dei cittadini lucani, tutti, con interventi di bonifica sistematica, di prevenzione medico

ambientale, di valorizzazione delle tecnologie e processi volti al risparmio energetico, alla cattura

di carbonio, alla qualità della terra e delle acque ecc.; un terzo alle grandi infrastrutture che per

noi vuol dire “incompiute” e soprattutto collegamento alle due grandi dorsali, adriatica e tirrenica,

in termini di alta capacità ferroviaria in primis, e un terzo per quella programmazione di nuove

attività imprenditoriali che scommettano su turismo, agro industria, servizi avanzati e un nuovo

manifatturiero (automotive prima di tutto), favorendo qualità, ricerca, innovazione, attrazione

e trasferimento di conoscenze. Tutto questo piegando anche la riprogrammazione delle risorse

comunitarie agli stessi obiettivi (per una volta facciamo che la mano destra sappia cosa fa quella

sinistra) e dandoci come indicatori di verifica, non tanto le risorse spese, ma i posti di lavoro creati,

la riduzione dei tassi di povertà e di esclusione sociale, il numero di giovani lucani che ritornano

in regione. Perché ancor prima di interrogarci se le royalties future bastano o no, visto anche come

sono stati usati parte degli 800 milioni già incamerati, occorrerebbe chiederci “per fare cosa” e con

quale ordine di priorità.

Nell’immediato, infine, si pongano seri paletti ambientali e di tutela della salute all’ENI, alla

Total, ecc. Da questo punto di vista le proposte non mancano. Come CGIL, insieme agli altri

sindacati, ne abbiamo avanzate diverse: dai presidi ARPAB permanenti con squadre di pronto

intervento dedicate, alla costituzione di multi poli con 118 e Vigili del Fuoco per le emergenze

presso i centri di estrazione e separazione di oli e gas, alla costruzione di un polo specialistico anti

veleni e tossicologico con attività di medicina preventiva presso l’Ospedale di Villa d’Agri, fino

alla stesura, in un rapporto costante con sindaci, esperti super-partes, ecc. di una legge regionale

specificatamente dedicata alla riduzione delle emissioni aeree e a procedure controllate per le

reiniezioni a tutela del sottosuolo. E poi ancora: elezioni di Rappresentanti per la sicurezza e

l’ambiente a livello territoriale, implementazione dell’osservatorio regionale, ecc.

E per quanto riguarda il tema del lavoro (sia quello stabilmente impiegato, che quello necessario

esclusivamente per la costruzione delle nuove linee o per i nuovi insediamenti a Tempa rossa), si

pongano tre condizioni chiare già dalle prossime ore:

1- per la costruzione/ammordamento le grandi imprese del petrolio devono ricorrere almeno per

l’80% a manodopera locale eventualmente formandola, se necessario, (da questo punto di vista

non mancano capacità e risorse, come ha dimostrato il progetto presentato dalla Provincia

di Potenza), perché quello che sta avvenendo con la 5° linea in Val d’Agri e quello che sta

avvenendo a Tempa Rossa gridano vendetta, a fronte delle migliaia di disoccupati lucani;

2- si introducano le clausole sociali nei cambi di appalto, come previsto da Obiettivo Basilicata

2012 (il famoso contratto di sito/settore di cui, casualmente dopo mesi di trattative e dopo

l’ultimatum posto dalla Regione all’Eni, nessuno parla più) affinché non si disperdano

professionalità e diritti acquisiti a tutela di quella (poca) occupazione lucana creata;

3- si favorisca infine il trasferimento di attività di progettazione e ricerca e più in generale di

attività specialistiche sul territorio, per far crescere le imprese lucane in grado, oggi di lavorare

sul territorio, domani di offrirsi come partner in altre parti del Paese e del mondo (un solo dato:

di 86 ditte che lavorano nell’indotto Eni in Basilicata solo 38 hanno sede in regione e di due

mila lavoratori impiegati solo 500 sono lavoratori a tempo indeterminato residenti).

In conclusione quindi il tema è: investire su un modello energetico e di sviluppo ecologicamente

sostenibile, che crei occupazione di qualità, scommettendo su innovazione di processo e

prodotto e su vocazioni territoriali già esistenti, che presentano eccellenze, tanto nel terziario

che nel manifatturiero. Piegando a questa strategia tutte le risorse aggiuntive (comunitarie e

royalties) e creando partecipazione e consenso per una reale programmazione dal basso. Utilizzare

quello che già c’è in favore di questo obiettivo nel medio periodo, ponendo da subito, per

l’immediato, il tema della tutela ambientale e della creazione (e salvaguardia) dell’occupazione

locale come condizione non trattabile, in funzione di un “abbassamento della febbre” che cresce e

che si chiama aumento della povertà, crisi dei consumi, solitudine e paura.

Questo il discorso che un’intera comunità dovrebbe fare prima di tutto al proprio interno e poi,

coesa e compatta, alle grandi aziende petrolifere e al Governo nazionale, sfidandoli a contribuire

ad un altro modello sociale e produttivo visto che l’attuale, come è sotto gli occhi di tutti, ha fallito

rendendo il 90% degli italiani più poveri e più preoccupati per il futuro. E allora, più che una marcia

su Roma andrebbe fatta una marcia per i comuni del potentino e del materano che si concluda

a Villa d’Agri e a Tempa Rossa. E se serve, poi, dirigersi tutti anche a Roma, ma per chiedere

politiche industriali, energetiche di ricerca che facciano ripartire le imprese italiane, per creare

lavoro e reggere la competizione internazionale, scommettendo sulla qualità e non sulla riduzione

di salari e diritti. Assumendo il Mezzogiorno come la grande occasione per la crescita del Paese,

guardando non solo al Nord dell’Europa e del Mondo, ma anche ad Est ed al Mediterraneo.