Per chi aveva ancora dei dubbi o forse in questi anni guardava da un altra parte, pensando che il
problema del mercato dell’auto fosse la FIOM e i lavoratori che difendono i diritti e la dignità,
è arrivato l’ennesimo annuncio di Marchionne: “ Fabbrica Italia non c’è più”, che conferma
semplicemente quanto annunciato già l’anno scorso: “ il Piano Fabbrica Italia non esiste, è solo una
dichiarazione di intenti, l’espressione di un indirizzo strategico” (ottobre 2011).
Stupisce che solo un mese fa, nell’incontro con i sindacati senza la FIOM, Marchionne abbia
rassicurato i Segretari Generali, che si sono affrettati in dichiarazioni ottimistiche sul futuro
degli stabilimenti, senza avere visto di nuovo nessun piano produttivo e di investimenti per gli
stabilimenti italiani.
L’unica certezza –salvo le interferenze della Magistratura e dei lavoratori- in questa complicata
vertenza l’ha ottenuta Marchionne, con la complicità dei sindacati riformisti, il quale attraverso
l’Accordo separato del Dicembre 2011 ( CCSL ), ha potuto cancellare la democrazia escludendo
la FIOM nelle fabbriche, peggiorare le condizioni dei lavoratori e ottenere con la divisione degli
stessi carta bianca per la più grande ristrutturazione del settore auto.
L’effetto per la SATA è stato un aumento considerevole di cassa integrazione ( con una media di 2
giorni di lavoro a settimana ) e un abbattimento del salario del 30% circa.
In tutto questo fa sorridere che i firmatari dell’accordo continuino ad invocare il 2° modello, (
ancora non si sa quando e se si farà il primo), dimenticando che le richieste alla Fiat andavano fatte
quando si è fatta la trattativa nel 2010, se mai c’è stata una trattativa.
Che gli obiettivi della FIAT erano altri si sapeva, basta ricordare ad esempio che la SATA prima
dell’Accordo separato poteva già produrre più di 400.000 vetture all’anno, con una produttività per
addetto tra le più alte nel settore ( circa 74 vetture per addetto ).
I sindacati riformisti e responsabili che hanno firmato questo Accordo senza vedere nessun progetto
di investimenti e di modelli da produrre ( cambiale in bianco ), se fossero davvero responsabili
dovrebbero quanto meno disdettare quel patto e aprire una discussione con i lavoratori attraverso le
assemblee e non solo sui giornali, smettendo di scaricare le loro responsabilità solo sulla politica,
che non ha firmato nessun Accordo, ma lo ha semplicemente avallato.
La strategia della FIAT degli ultimi anni è abbastanza evidente: si è internazionalizzata
delocalizzando le produzioni fuori dall’Italia, dove tra l’altro solo negli ultimi 30 anni ha
beneficiato di finanziamenti per circa 8 miliardi di euro (altro che i 20 miliardi annunciati da
Marchionne), in un regime di monopolio unico, fuori dalle regole del libero mercato e della
concorrenza, utilizzati solo come slogan.
Purtroppo tutto questo avviene in un contesto nel quale attraverso la crisi finanziaria si stanno
riequilibrando i rapporti di potere e di produzione nel mondo a danno del lavoro, dei diritti, della
qualità della vita delle classi sociali più deboli e dell’ambiente.
Per uscire dalla crisi dell’auto bisogna che si mettano in campo investimenti in innovazione
e ricerca verso un nuovo modello di mobilità ecosostenibile, in particolar modo nelle nuove
motorizzazioni ibride o elettriche, l’idrogeno, nell’ideare e commercializzare componenti
più efficienti o materiali alternativi, il rafforzamento della componentistica attraverso la
diversificazione commerciale e produttiva ricercando nuovi clienti oltre la FIAT.
Nuove tecnologie verso lo sviluppo e la promozione di beni e tecnologie cosiddette “verdi”
significa modelli di auto che potrebbero (da qui a dieci anni) cambiare sistemi propulsivi con tutte
le mutazioni che questo comporterebbe nella progettazione e nell’ingegnerizzazione delle vetture e
di alcuni sistemi (trazione, raffreddamento, propulsione, stoccaggio, …).
Per capirne le ragioni bastano due dati: l’andamento del prezzo del carburante e le nuove norme
Europee in tema di emissioni.
Ma queste strategie dovrebbero far parte di una politica industriale e di una programmazione
economica dei Governi? Non è giunto forse il momento di coinvolgere anche produttori stranieri
che vogliono investire in Italia prima che sia troppo tardi?
Purtroppo sulle questioni industriali si continua ad assistere allo smantellamento di settori chiave
per il nostro paese per un assenza di visione strategica.
E’ ormai urgente che il Governo dei “tecnici” chiami Marchionne ad un tavolo di confronto e che
il Presidente della nostra regione, ( come per il Petrolio !), alzi la voce e costruisca insieme alle
Regioni con insediamenti FIAT, un tavolo interregionale con la presenza di tutti i sindacati per
elaborare un progetto di politiche industriali anche con il supporto delle Università, per guardare ad
una mobilità del futuro che ci liberi dalla dipendenza dal petrolio (che comunque finirà) e guardi
alle tecnologie alternative.
In tutto questo lo stabilimento SATA e il suo Indotto potrebbero continuare ad avere un ruolo
fondamentale come è stato per il recente passato.